I cantucci salati alle arachidi e l’innocente sacrificabile.

Questa ve la devo proprio raccontare!

Io dal parrucchiere non ci vado mai data la mia scarsa fiducia nel genere umano e la mia mancanza di femminilità, preferisco il fai da te per quel che concerne la sommaria cura dell’estetica personale. L’unica parrucchiera a cui affido il taglio dei miei capelli risiede a 500 km da me, fatto che contribuisce ad abbassare drasticamente la frequenza con cui mi reco in parrucchieria.

Per le situazioni di emergenza, come cerimonie, feste ed affini, sono costretta a recarmi in un negozio che si trova vicino casa mia e circa un anno fa, andai lì per una tinta; venne fuori, al momento della messa in piega, che la mia capigliatura somigliasse al manto di un ghepardo tanto che furono costretti ad applicare una tintura più scura per rimediare all’errore della ragazza che aveva operato su di me la prima volta. Ovvio che può succedere, per questo non polemizzai e li lascia fare; al momento del pagamento però mi vennero addebitate entrambe le operazioni di tinta adducendo come scusa il fatto che probabilmente io avessi applicato sui miei capelli un qualche prodotto che avesse impedito al colore di risultare omogeneo la prima volta e che quindi la causa di quell’errore non fosse l’incompetenza del personale, bensì la mia.

Pagai solo per non sembrare una pezzente, ma stavolta non lesinai dal polemizzare non tanto per il conto, come al solito non proprio economico, quanto più per una questione di principio. Una volta uscita da lì decisi che non ci avrei mai più messo piede e così feci per un anno.

L’altro giorno però guardandomi nello specchietto retrovisore della mia auto, ho notato che una serie di ciuffi di capelli bianchi avevano cominciato a colonizzare la mia cute e presa dal panico ho deciso di concedere al suddetto parrucchiere una seconda possibilità (essendo questo anche il parrucchiere di fiducia di mia madre).
Così sono andata di venerdì, giornata di fuoco per le attività come queste, e mi sono ritrovata in mezzo ad un folto numero di donne in attesa del proprio turno: a lavorare solo in cinque, titolare compreso; tra di loro anche una ragazza di sedici anni alle prime armi, assunta da poco e quindi ignara dei miei precedenti.

La sorte, che si sa è una gran burlona, ha voluto che, arrivato il momento di stendermi la tintura, l’unica operaia libera fosse quella che un anno fa aveva fatto della mia capigliatura un manto di leopardo; presa dal panico la poverina, ha cominciato a temporeggiare nella speranza che una sua collega giungesse in suo aiuto, armeggiando senza logica con gli oggetti sparsi nel negozio.
A quel punto la sedicenne, per mostrarsi efficiente come è giusto che sia, ha deciso di spronare la collega chiamandola per nome e aggiungendo:

-” Metti la tinta alla ragazza se sei libera!”

A quel punto non potendo più far finta di niente e credendo che non la vedessi ( forse in un momento di amnesia fulminante, dato che il negozio è praticamente ricoperto da specchi che consentono la visuale a 360 gradi da ogni postazione) l’operaia con un cenno basso della mano ha fatto segno alla ragazzina di attendere e con gli occhi sbarrati è andata dalla sua collega più anziana e le ha sussurrato qualcosa all’orecchio. Questa con un tono di voce un po’ più sostenuto, le ha risposto:

-” Ma lascia che lo faccia qualcun’altro! Che sta facendo (nome della sedicenne) ?”

La donna ormai completamente disorientata anche dal fatto che la collega più anziana avesse parlato ad un volume di voce da me udibile, ha cercato di cavarsela con una battuta di dubbio gusto:

-” Che ne so, mi ha detto di farlo a me, anche le più piccole adesso danno gli ordini!”

E la povera ragazzina, presa ad armeggiare con i capelli di una donna al lavatesta:

-” Devo finire di lavare qui e poi devo anche stendere la maschera alla signora!”

A quel punto l’operaia che non voleva assolutamente mettermi le mani in testa, aveva gli occhi di un micio quando vengono illuminati dai fari di una macchina e non riusciva ad elaborare prontamente una risposta efficace alla giusta obiezione della piccola collega; dopo un silenzio imbarazzante di quelli carichi di ansia, l’anziana, presa da un istinto di protezione e sfruttando il suo potere di capo gruppo, ha ribattuto rivolta alla collega:

-”  Metti tu la maschera alla signora che sei più veloce e ci metti cinque minuti! (nome della sedicenne) tu vai a mettere la tinta a Martina”

La ragazzina con la faccia perplessa a quel punto non ha potuto disobbedire all’ordine della superiore e una volta cominciato a stendere la tinta sulla mia testa ha espresso la sua perplessità dicendomi:

-” Mi hanno detto di fare a me perché vogliono vedere come metto la tinta, scusaci se ti abbiamo fatto aspettare!”

Ecco qua che la storia si ripete, che i grandi temi filosofici tornano a ripresentarsi nella mia mente difronte ad un accadimento banale e superficiale: la vigliacca spalleggiata dalla collega ha preferito mandare alla forca la collega più giovane e all’oscuro dei precedenti così da non correre il rischio di sbagliare di nuovo.

L’innocente è sacrificabile, esattamente come l’agnello dei libri sacri, meglio che paghi il debole gli errori degli anziani, piuttosto che loro ammettano la loro inadeguatezza e la loro incapacità. Fa parte della natura umana: se la ragazzina avesse sbagliato la tinta tutte e due le astute colleghe anziane, sicuramente non avrebbero lesinato dal criticarla trovando l’approvazione del titolare che, a causa dell’inesperienza della giovane, non avrebbe dubitato della buona fede delle sue dipendenti.

Bene, quest’esperienza non fa che confermare la mia diffidenza nei confronti degli esemplari della mia stessa specie, anzi mi dipinge un sorriso amaro sulla faccia difronte a tanta vigliaccheria. La tinta alla fine la ragazzina l’ha eseguita in maniera impeccabile ed, ovviamente, io non ho potuto fare a meno di commentare l’accaduto con il titolare: al momento del conto gli ho detto:

-” Complimenti alla ragazza, nonostante la giovinezza, è stata più brava delle colleghe!” e rivolta alla ragazzina, ho continuato: ” L’altra volta volevano farmi uscire con il manto di un leopardo e non era nemmeno carnevale, ecco perché la tinta me l’hai fatta tu e devo dire che sei stata bravissima!”

Toh, adesso vedetevela fra di voi. Io dal parrucchiere non ci vado mai, e faccio bene.

Quando succedono cose come questa che mi rendono molto nervosa uno dei modi migliori per sfogarmi è impastare, ecco perché una volta tornata a casa ho preparato questi:

CANTUCCI SALATI ALLE ARACHIDI:

  • 500 g di farina 00;
  • 150 g di burro;
  • 2 uova intere;
  • 1 cucchiaino di lievito in polvere;
  • 150 g di arachidi salate;
  • 1 cucchiaino di sale;
  • 1 cucchiaino di zucchero. 

Lavorate il burro con lo zucchero e il sale, di modo da ammorbidirlo; unite le uova intere ed incorporatele completamente al composto. Unite la farina setacciata con il lievito e le arachidi tritate grossolanamente solo con l’aiuto del coltello e amalgamate bene il tutto impastando energicamente con le mani. Con l’impasto create dei filoncini e schiacciatene la superficie, poi infornateli a 200 gradi per circa 20 minuti; sfornateli, lasciateli raffreddare e tagliateli a fette ricavando tanti cantucci fino ad esaurimento dell’impasto. Rimettete i cantucci in forno e lasciateli dorare a 170 gradi per almeno 10 minuti, regolatevi in base al colore: dorato non bruciato.

Annunci

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Fammi sapere come è venuta!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...