La difficoltà della semplicità.

Riflettevo ancora in merito alla corrispondenza metaforica che intercorre fra le tecniche di preparazione delle ricette e gli episodi della vita; cucina è vita dice qualcuno, ed io ne sono fermamente convinta.
Le ricette difficili sono quelle in cui profondiamo più impegno, quelle per cui siamo disposti a perdere ore per assicurarci la riuscita che, nella maggior parte dei casi, non sarà mai perfetta; ma è proprio questo che ci spinge a preferire piatti elaborati a piatti semplici: il fatto che possiamo permetterci di sbagliare, di non eseguire perfettamente la ricetta, di ricevere un complimento anche dinanzi ad un piatto mediocre: “Nonostante sia difficile, è buonissimo lo stesso”, “La prossima volta verrà benissimo!”, “Io non sarei nemmeno riuscita a cominciare!”.
Cimentarci in imprese impossibili ci lascia un largo margine di errore tollerabile, da noi e dagli altri; in un certo qual modo ci sottrae dalla possibilità che qualcuno ci giudichi negativamente per ciò che stiamo facendo; un risultato mediocre di fronte ad azioni titaniche è pur sempre un risultato, ci fa sentire sicuri, unici, vincenti.
Le cose semplici invece, non lasciano scampo: chiunque potrebbe riuscirci e tutto sta nel farle al meglio. In quel caso l’errore non è contemplato, è visto come un fallimento irreparabile, come un qualcosa le cui conseguenze ci perseguiteranno per tutta la vita.
Ecco che si ha paura talmente tanto paura del fallimento che si evita di dire: “Scusa”, “Ho sbagliato”, “Voglio andarmene da qui”, “Ti amo”; e se le conseguenze di queste semplicissime frasi fossero troppo vergognose per essere affrontate?
Prendere una posizione personale, essere onesti con sé stessi, sostenere le proprie idee, dire sempre la verità: concetti universalmente riconosciuti di cui tutti ci riempiamo la bocca, ma che nessuno, alla fine, concretizza davvero; si dà per scontato che tutti lo facciano, perché è semplice, ed è proprio per questo che azioni umane e banali come queste diventano innaturali.
Quindi meglio combattere guerre ideologiche, mettersi la maschera delle persone infallibili, degli impavidi che ambiscono ai risultati più difficili ma che rifuggono come la peste le azioni semplici, spontanee che ci renderebbero più facile anche il raggiungimento degli obiettivi che sembrano impossibili.
Metafora culinaria di questo personalissimo concetto sono le uova in camicia: nonostante l’apparente semplicità è sempre stato un piatto che mi ha messo in difficoltà. “Che ci vuole?” sono solita ripetermi, “Basta che butti un uovo direttamente nell’acqua bollente ed è fatta!”, ma poi un tremore della mano, l’acqua non abbastanza calda ed ecco che l’uovo più che in camicia somiglia ad una stracciatella alla romana.
Cucinare un perfetto uovo in camicia credo mi sarà sempre impossibile come trovare il coraggio di esprimere i miei sentimenti: nonostante le apparenze, è un’impresa titanica al pari di una ricetta d’autore attenersi alle scelte prese solo con la testa. Ecco che per me l’errore diventa contemplabile, accettabile, insindacabile.

UOVA IN CAMICIA

  • 1 uovo;
  • 1 l di acqua;
  • 1 bicchierino di aceto bianco.
In una pentola abbastanza capiente, mescolate l’acqua con l’aceto e portatela a bollore; la temperatura è fondamentale alla riuscita del piatto: l’acqua deve raggiungere i cento gradi mi raccomando.
A questo punto, aprite delicatamente l’uovo e tuffatelo nella pentola con l’acqua: il bollore farà sì che l’albume si chiuda sopra il tuorlo proprio come una camicia… In teoria almeno. Salatele e pepatele a  vostro piacimento. 
Come contorno ho preparato dei semplici spinaci lessi, saltati in padella con l’uva sultanina. Vi basterà soffriggere uno spicchio d’aglio in camicia in un filo d’olio evo, aggiungerci l’uvetta che avrete precedentemente lasciato rinvenire in acqua tiepida per almeno 15 minuti, e poi gli spinaci, salarli a piacere e saltare il tutto in padella per per almeno 15 minuti. 
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